Pantelleria nasce circa 5.000 anni fa, epoca neolitica: Sesioti, provenienti forse dall’Africa, forse dalla Spagna, (III° millennio A.C.) attirati dall’ossidiana, l’oro nero del tempo. Da visitare i Sesi e il muro di protezione del villaggio. Nel diciottesimo secolo a.c. fu costruita un’ampia necropoli, fatta di tumuli funerari in pietra (circa 57, dei quali uno solo è rimasto integro, il Sese Grande o Sese del Re), detti sesi, e da un villaggio racchiuso da una possente cinte difensiva, detta muro alto. Accanto esiste il villaggio di Mursia (di fronte Cala dell’Alga): dal primo tipo di capanna, semplice e isolata, si passò a una vera pianificazione urbanistica, per un migliore sfruttamento degli spazi, ossia capanne di tipo multi camerale suddivise da un muretto in pietra. Il sese è formato da dodici celle, tutte situate al centro della costruzione, e da dodici corridoi, lunghi fino a sette metri, che conducono verso il centro terminando in una cella e in undici ingressi.
Fenici: IX secolo a.c.: commercio con Cartagine, coltivazione della vite ad alberello. Costruzione di cisterne sotterranee per la raccolta dell’acqua piovana. “Yrnm” (isola degli uccelli starnazzanti) fu chiamata Pantelleria dai Fenici. A quei tempi si batteva moneta.
Romani: non colonizzano l’isola, ma si limitano ad occuparla militarmente nel 217 a.c.. San Marco (collina) e Santa Teresa (collina) sono individuabili le mura dell’ACROPOLI, culminando con l’edificio della polveriera. Ritrovamento dentro una delle due cisterne di due teste romane in marmo, raffiguranti Giulio Cesare e Agrippina Antonia Minore e Tito Minore risalenti all’epoca Giulio Claudia (prima metà del 1° secolo d.c.), destinate ad ornamento di un edifico pubblico ubicato sulla cima della collina. Ai Flavi è attribuita la terza testa dell’imperatore Tito, figlio di Vespasiano. Reperti: cisterne cossiresi, frammenti di mosaici, di colonne, di stucchi, di ossidiana lavorata. I romani ribattezzarono Pantelleria “Cossura”. Introducono il passito, nettare degli dei. Zibibbo: uva bionda, deriva dall’arabo zabib che significa “uva adatta ad essere seccata”. Moscato deriva dal latino muscus (muschio) e sta a indicare l’aroma intenso, tipico del muschio, che l’uva passa, suo ingrediente principale, gli conferisce. “amabile, gusto persistente, dolce, caldo e morbido, liquoroso, pastoso, aromatico ed intenso”. Il moscato, a differenza del passito, si ottiene dalla spremitura di uve appena appassite al sole. Il vino prodotto con uve fresche è il moscato, con uve passite è il passito.
Il Passito di Pantelleria: Ambrato, dolce, aromatico, caldo. Pantelleria emoziona con l’eccellenza dei vini moscati, il Passito. Considerato alla stregua di un vero e proprio tesoro. Singoli chicchi essiccati al sole, rinfrescati ed aromatizzati dal vento caratteristico che porta con sé il profumo del mare, questo vino regala emozioni intense grazie alla tradizione della lavorazione a mano in ogni singolo processo ed alla genuinità di una terra incontaminata.
La storia della produzione del Passito a Pantelleria ha più di duemila anni. Già nel 200 a.C. Magone, generale cartaginese, così descriveva come si svolgeva la produzione dell’antenato dell’odierno Passito di Pantelleria:
“Si raccoglievano i grappoli maturi, avendo cura di eliminare quelli ammuffiti o guasti, poi si esponevano al sole su una canna, curando di proteggerla dalla rugiada, coprendoli durante le ore della notte. Quando i grappoli erano diventati secchi si staccavano gli acini in una giara ricoprendoli di mosto. Dopo sei giorni si spremevano e si raccoglieva il liquido. Ultimata questa operazione, si pigiava la vinaccia aggiungendovi del fresco fatto con altra uva tenuta al sole per tre giorni. Infine sigillava il vino in vasi di creta, da aprirsi dopo una fermentazione di venti, trenta giorni…”.
Questo vino è prodotto da tempo immemorabile nell’isola di Pantelleria dalla varietà di uva Zibibbo e vanta una storia costellata di importanti riconoscimenti. Premiato nel 1900 all’Esposizione di Parigi, nel 1936 fu inserito tra i vini tipici italiani per il suo “aroma delicato e fine e per il suo sapore vellutato, dolce, carezzevole, generoso”, e già nel 1971, terzo tra i vini siciliani, ottenne la Doc. La sua assoluta bontà ha alimentato negli anni curiose leggende, come quella della dea Tanit che si finse coppiera degli dei e sostituì all’ambrosia, bevanda abituale dell’Olimpo, il mosto delle vigne di Pantelleria, riuscendo a conquistare Apollo di cui era invaghita. Questo vino è prodotto nelle tipologie Bianco, Moscato, Passito, Moscato Dorato, Moscato Liquoroso, Moscato Spumante, Passito liquoroso e Zibibbo Dolce.
La produzione del Passito di Pantelleria:
- Raccolta: La raccolta dell’uva a Pantelleria viene effettuata esclusivamente in maniera manuale. Metà agosto è il periodo ottimale per la vendemmia: le zone più precoci sono quelle più adatte per l’appassimento, in modo tale da sfruttare le alte temperature estive. I grappoli raccolti vengono posti, in una prima fase, in cassette di legno o plastica.
- Appassimento: I grappoli vengono posti ad essiccare negli stenditoi, luoghi soleggiati e ben areati, e girati più volte al fine di ottenere un appassimento omogeneo. Questa fase dura da 1 a 4 settimane. In base al tempo di essiccazione il peso dell’uva, per effetto del caldo e del vento, si riduce fino al 75%, mentre la concentrazione zuccherina varia dal 25 al 55%.
- Fermentazione: L’uva passa viene immersa nel mostro fresco in fermentazione: prodotto di una seconda vendemmia. L’acino secco si re-idrata a contatto col mosto e cede tutti gli zuccheri. La fermentazione si arresta dopo circa un mese, portando la temperatura a 4-5° C.
- Torchiatura: La torchiatura può avvenire esclusivamente dopo le circa otto settimane di appassimento. Di solito si sfruttano tre periodi per fine Dicembre, Febbraio o al massimo si attende fino alla settimana Santa.
- Affinamento: L’affinamento dopo la torchiatura dura per 15/18 mesi. Questo processo si prolunga in bottiglia per altri 6 mesi prima di essere posto al consumo.
Con la crisi dell’impero romano nel 439, Pantelleria diviene terra di conquista dei Barbari, tra i quali i Vandali. Nel 551 passa sotto il dominio dei Bizantini (tombe a Scauri, Ghirlanda e Monastero). Nel 700 gli Arabi distruggono Pantelleria (nomi contrade) e la chiamano “Bent al-Ryan” (figlia del vento). Le attività riguardano l’agricoltura, in particolar modo la coltivazione del cotone e canna da zucchero. Tale dominazione dura fino al 1087 quando le Repubbliche Marinare si alleano per cacciare i Musulmani dalle terre cristiane. Nel 1121 i Normanni sbarcano a Pantelleria per annetterla al Regno di Sicilia e vi costruiscono il Castello Barbacane (trapezio incastrato in un rettangolo), con diverse fasi di costruzione (bizantini prima edizione nel 540). Poi si susseguono gli Svevi, gli Angioni e gli Aragonesi (nomi di origine spagnola: Ferrandes, Errera, Belvisi). Nel 1713 l’isola passa sotto il ducato dei Savoia e nel 1720 dell’Austria. Nel 1734 sotto i Bizantini diventa uno degli undici porti militari di Sicilia. Nel 1861 viene annessa al Regno d’Italia. Un ruolo importante riveste l’isola durante la seconda guerra mondiale per la sua posizione strategica al centro del mediterraneo. Nella seconda metà degli anni trenta l’isola comincia ad essere preparata alla guerra con la costruzione di un aeroporto e di una fitta rete stradale, ad opera del governo fascista. Nel giugno del 1942 si ha la famosa battaglia di Pantelleria. Nel maggio del 1943 la liberazione dell’Italia dal fascismo inizia proprio da Pantelleria con quello che passa alla storia come il più massiccio bombardamento americano di tutta la guerra, oltre tutto ingiustificato visto la scarsa controffensiva, della quale gli americani erano a conoscenza. Nonostante tutto, l’isola, sotto assedio per 35 giorni, viene bombardata con circa 17 tonnellate di bombe, il paese distrutto e il tutto filmato per fini strategici e propagandistici. Doveva essere distrutto anche il castello, ma il bombardiere che doveva farlo morì e il castello si salvò!